Disabilità e sport

Foto Daniele Anile

Le parole hanno un colore, e spesso anche un sapore; hanno il potere di regalarci emozioni o di creare nella nostra mente suoni e immagini. Addirittura in alcuni casi possono eccitare a tal punto qualche cellula del nostro cervello e farci riassaporare gusti o odori del passato, come se li sentissimo in quel momento. Ma purtroppo, spesso, diamo loro anche il potere di sporcarsi, di imbruttirsi e di imbrutirsi. Loro, le parole, magari nascono neutre, bianche e pulite e noi le dipingiamo di significati e di espressioni negative che loro non avevano. E allora le parole diventano offese, con cui schernire o ferire. E a noi non resta che inventarcene di nuove, per sostituire quelle che abbiamo irrimediabilmente sporcato con il colore del nostro fango. L’esempio più lampante sono le parole con cui descriviamo le persone affette da una qualsiasi disabilità. Infatti negli anni abbiamo assistito a una continua evoluzione dei termini usati per descrivere chi era affetto da una patologia debilitante. Siamo passati dal latino “deficienti” (deficio: mancare) all’Internazionale “handicappati” (e io devo ancora capire che c’entra il cappello in mano con un paraplegico). Ma ogni volta assistevamo a una folle rincorsa tra la nostra scelta linguistica e il momento in cui quella parola sarebbe stata tramutata in offesa da qualche bulletto da 4 soldi. Negli ultimi anni si parla di disabilità e recentemente si comincia a sentire la parola diversabilità; tutto in nome di un politicamente corretto che evidentemente però è a passo con i nostri tempi e quindi funziona solo a tempo determinato.
Ma per fortuna, almeno nella mia esperienza, io non ho di questi problemi. Infatti ogni volta che mi trovo ad avere a che fare con persone (ecco, forse questa è la prima parola che dovremmo imparare ad usare; persone) affette da patologie motorie o mentali, posseggo una parola perfetta per descriverli e definirli: atleti. Si, perché io di mestiere insegno scherma, in piedi e in carrozzina, a chi ha 10/10 di vista e a chi la vista non l’ha mai avuta. E ogni volta, a prescindere da chi ho davanti, io vedo solo un’atleta a cui insegnare. E lo sport è strano; ha il potere di cancellare ogni barriera, ogni differenza. Me ne sono reso conto la prima volta che, ad una gara, il mio atleta, paraplegico per un incidente in moto, aveva fatto la peggiore prestazione di quella stagione. Il che era anche prevedibile, considerando che la sera prima era tornato alle 2 di notte in albergo dopo un giro per locali. (Si, anche i disabili bevono birra!). Quel pomeriggio l’ho rimproverato duramente. L’unica differenza con i miei atleti “in piedi” e che invece di urlargli contro dritto sulle mie gambe , preferii farlo da seduto, ma unicamente perché altrimenti mi sarebbe venuto il torcicollo. Questa è la realtà. È può sembrare incredibile ma oggi forse lo sport è l’unico luogo di reale integrazione per chi, nella vita “fuori” viene guardato come un diverso… e spesso senza aggiungere la parola “abile”.
Potrei raccontarvi storie incredibili di decine di ragazzi e ragazze, che hanno affrontato e affrontano sofferenze incredibili. Storie di coraggio e di rinascite; di seconde vite che stupiscono per la loro intensità, quasi che la sventura che ha colpito questi uomini e queste donne abbia dato alle loro esistenze un valore aggiunto. Tutti infatti abbiamo negli occhi le immagini di Bebe Vio, campionessa olimpica a soli 19 anni, senza gambe e senza braccia; oppure di Alex Zanardi, che dopo la perdita degli arti inferiori in una gara automobilistica si è riscoperto ancora più vincente in un nuovo sport.
Oppure potrei parlarvi degli sguardi che si abbassano, quando con i miei ragazzi entriamo negli alberghi o nei ristoranti, durante le trasferte. Potrei cercare di descrivere quegli occhi pieni di una pietà vergognosa che non riesce a vedere oltre quei corpi spesso martoriati dalla vita.
È invece no. Non vi parlerò di queste cose. Perché io non le vivo. Sono immagini che non fanno parte della mia esperienza, che non c’entrano nulla con lo sport. Questa è la sua grandezza. Prende persone diverse, per capacità e esperienze, e li getta tutti nello stesso calderone. Attraverso la gara, la competizione, l’allenamento, ognuno di questi ragazzi, ognuno di noi, diventa uguale fra gli uguali. Con la stessa voglia di vincere, e con la stessa delusione di fronte alla sconfitta. La stessa determinazione, lo stesso sudore, lo stesso sacrificio, la stessa voglia di mettersi alla prova. Per noi non esiste il politicamente corretto, e la carrozzina è soltanto un mezzo di locomozione come un altro; quando entra in scena lo sport, la disabilità scompare. Ovviamente questi ragazzi non guariscono e gli arti non ricrescono; ma sulle nostre pedane, noi non vediamo la malattia, ma solo degli atleti con delle condizioni particolari, e il nostro compito è tenere sempre presente queste condizioni per tirare fuori dai loro corpi e dai loro cuori il meglio di loro; esattamente come faremmo con un atleta “normodotato”. E vi assicuro che la vittoria ha la stessa identica bellezza, sia in piedi, sia da seduti.

Questo brano nasce da ore e ore di chiacchierate e riflessioni con tanti amici e colleghi. E al loro splendido lavoro è dedicato.

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