Artigiani dello sport

Foto Daniele Anile

Foto Daniele Anile

La mia lezione comincia sempre nello stesso modo. Una semplice stoccata, tirata da fermo, precisamente al centro del petto. Ormai è diventato quasi un rituale, una sorta di firma, messa però all’inizio e non alla fine. In realtà, quei pochi secondi non sono per il mio allievo, non servono al lui, ma ne ho bisogno io. È come un segnale silenzioso che mando alla mia mente. Mi serve per concentrarmi su chi ho davanti, per guardarlo, e non solo vederlo. E a questo punto comincia la vera lezione. E per ognuno è diversa, perché ognuno dei miei allievi è diverso uno dall’altro; e sono diverso io in relazione a ognuno di loro. C’è chi pensa che il mio lavoro sia fatto “in serie”. Movimenti ripetuti secondo uno schema prefissato che seguono la mia idea di scherma; ma non è così. Il mio, il nostro (quello di tutti i miei colleghi, anche di altre discipline sportive) è un lavoro d’artigianato. Un lavoro fatto con lima e scalpello, lentamente, con attenzione ai particolari; quando guardiamo un ragazzo di fronte a noi, è come se vedessimo un pezzo di legno, o di marmo, e cercassimo di scoprire cosa si nasconde al suo interno, di realizzare la sua vera figura. E a questo punto comincia la lenta rimozione di tutto quello che c’è in più, la rifinitura di ogni linea, di ogni forma. È ognuno di loro contiene una figura diversa, un’immagine diversa. E allora io riesco quasi a vedere la segatura, o la polvere, che cade per terra a ogni colpo di lima, a ogni lezione, a ogni parola che ci scambiamo. È un lavoro lento, da artigiano appunto; un lavoro in cui la mano dovrebbe (e il condizionale purtroppo è d’obbligo) essere sempre guidata dall’amore per il proprio lavoro e per la persona che si ha davanti. Un lavoro in cui la diversità di ognuno di loro dovrebbe essere una fonte di ricchezza, di bellezza, e il nostro apporto dovrebbe limitarsi semplicemente a far uscire qualcosa che è già dentro di loro. E i colpi di lima, di scalpello, siamo in due a darli: noi tecnici, e gli allievi stessi, in un lavoro congiunto, che però parte sempre da quegli stessi secondi iniziali, dal guardarsi, dal vivere un rapporto, breve o lungo non importa. Un lavoro che si fonda sulla fiducia reciproca, e sul sapere che ancora non vediamo esattamente quale figura uscirà fuori, ma che qualunque cosa sarà, avrà la bellezza di qualcosa di lento e antico. E allora le nostre palestre sono, o dovrebbero essere, delle botteghe di altri tempi, un po’ polverose, e che odorano di legno, e noi tecnici, degli artigiani chini sui nostri allievi, nel tentativo di non limitarci a vederli, ma di guardare oltre il loro aspetto esterno. E ognuno di loro diventerà qualcosa di diverso, ma in ognuno di loro si potrà vedere la nostra mano, la nostra firma.
E ogni tanto, sorridendo, mi nasce una domanda: chissà loro, gli allievi, cosa vedono, quando, con la lima in mano, guardano il mio essere un pezzo di legno?

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