Miracolo olimpico

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Sono passate 10 olimpiadi da quando sono nato, 8 da quando riesco ad averne memoria, e di queste, 7 le ho vissute incollato a uno schermo televisivo, sognando di essere su quelle pedane, in quei campi e in quelle palestre. Poche ore fa la fiamma che ha illuminato questi giochi olimpici si è spenta, per tornare nel silenzio mediatico che gli sport considerati minori conoscono bene, e la rivedremo brillare di nuovo solamente fra quattro anni, in un’altra città e in un altro continente. Ma nel frattempo il sogno che lei rappresenta continuerà a restare acceso, vivo, luminoso.
Da oggi succederà qualcosa di semplice e grandioso allo stesso tempo, come ogni giorno dopo ogni olimpiade. Un bambino, o una bambina, stamattina si sveglierà, e andrà dai suoi genitori. Probabilmente con una voce timida, oppure con l’aria sicura di chi pensa che tutto sia facile, e in questo i bambini sono più saggi di noi, gli chiederà di provare questo o quello sport, che lo ha tenuto imbambolato per ore di fronte alla TV. Nel silenzio della sua camera avrà già provato a emulare i campioni che ha visto belli ed eroici, affrontarsi dall’altra parte del mondo, e avrà combattuto con una spada di cartone i loro stessi assalti; oppure con una bacchetta e un pezzo di stoffa avrà provato a emulare la leggerezza dei movimenti delle splendide ginnaste; o avrà fatto cadere quadri e soprammobili con palloni di varia grandezza a simulare le schiacciate dei nostri ragazzi della pallavolo.
I suoi genitori all’inizio lo guarderanno con un sorriso di accondiscendenza, forse un po’ divertito: si sa, i bambini sono tra gli esseri più volubili, si appassionano in un attimo, e nell’attimo successivo le loro passioni sono già appassite. Però poi la domanda si ripeterà il giorno dopo, e quello dopo ancora, e ancora, ancora, in un’insistenza che solo chi è genitore conosce, finché fra l’esasperato e il curioso, un giorno porteranno quel bambino a provare quello sport. E i suoi occhi in quel momento si accenderanno della stessa fiamma che pochi giorni prima brillava a Rio, e prima ancora a Londra, a Pechino, ad Atene, e così via, in un andare indietro nel tempo e nello spazio, che è un po’ raccogliere tutti i sogni di tutti i bambini che di quei 5 cerchi si sono innamorati, o meglio, che grazie a quei 5 cerchi hanno trovato l’amore delle loro vite. E in questo preciso istante comincerà il vero sogno olimpico. Probabilmente quel bambino non arriverà mai a vivere un Olimpiade da protagonista, ci riescono in pochi, ma questo non significa niente; gli atleti e le atlete che ci riescono sono solo la punta dell’iceberg di un movimento che si nutre e cresce grazie alla forza e alla fantasia di tutti quei sogni, di tutti quei bambini e quelle bambine. È questo il vero miracolo olimpico, il vero motore che spinge tutta questa magnifica giostra; che fa girare questo mondo, spesso silenzioso per i giornali e le televisioni, ma che ogni 4 anni ci tiene svegli a ore improponibili a far vedere a tutti, quanto è luminoso e vivo. Un mondo fatto di bambini che hanno avuto il coraggio e la follia di inseguire i loro sogni, coltivandoli con il loro divertimento, la loro allegria, ma poi anche con la sofferenza e il sacrificio. Un mondo che mostra a tutti, i suoi ideali e i suoi valori, che conosce il valore di un centesimo di secondo, o di un singolo punto. E un mondo che non smette mai di sognare e far sognare.
E accende la fiamma in occhi che, magari, quella stessa fiamma, in una città diversa, fra qualche anno, la accenderanno veramente.

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