Talento o “talent”

Sono sempre stato affascinato dalle parole; e penso che conoscerne la storia, il modo in cui si siano sviluppate nei tempi, e la loro etimologia, aiutino a scoprirne il loro vero significato e a capirle pienamente. Il primo esempio che mi viene in mente è quello legato alla parola talento. Con questa parola noi identifichiamo la capacità innata di una persona di fare bene qualcosa, e, complice anche il successo di molti show televisivi, riteniamo spesso il talento un qualcosa da esibire per accrescere la nostra visibilità, in un’ottica che odora leggermente di esibizionismo. Ma andando a ritroso nella storia di questa splendida parola si scopre che circa 2000 anni fa il talento non era altro che un’unità di misura per pesare l’oro e altri metalli preziosi; ed era un’unità di misura ingente: a seconda dei popoli antichi che la usavano oscillava tra i 20 e i 50 kg. In parole povere un talento era un gran bel mucchio d’oro luccicante. Ma poi bastó una piccola parabola di un “predicatore nazareno” per inventare il nuovo significato di questa parola così come la conosciamo noi: la parabola dei talenti, appunto. Ma rileggendola con attenzione (chi fosse interessato la può trovare su Matteo 25, 14-30) si possono trovare piccole sfumature che forse nel tempo si sono un po’ perse ma che ne arricchiscono il significato; secondo il racconto biblico il talento non è qualcosa che va nascosto, ma deve dare frutti, deve essere investito, aumentare il suo valore. Ma la cosa più importante è che non lo si deve fare per un tornaconto personale, ma per qualcun’altro; solo così può massimizzare il suo valore e alla fine, paradossalmente, arricchire ancora di più colui a cui viene affidato.
Tornando al significato moderno, credo che queste sfumature siano quelle che maggiormente mi colpiscano per il loro significato e per la ricaduta che possono avere. Il talento, per essere veramente tale, deve dare frutti, deve essere investito: cioè deve essere messo in gioco e nutrito con la forza dell’impegno e della costanza, deve essere “bagnato” con il sudore del lavoro. Da solo non basta, rischia di essere sprecato. E poi deve essere mostrato, donato, e deve suscitare emozioni; deve interagire con le vita di altri, e diventare, quando possibile, un riferimento di quello che l’uomo può fare. Deve avere un profondo senso educativo, se non vuole essere sprecato. Allora quando guardo i miei ragazzi, il loro talento, capisco che il mio compito è quello di insegnare loro a non avere paura di mostrarlo; di non temere le aspettative che nascono attorno a loro, ma di essere orgogliosi che gli siamo state affidate capacità che altri non hanno. E che queste capacità le devono mettere a frutto, attraverso l’impegno e con il lavoro. E che sopratutto, non devono avere paura di mettersi in gioco, temendo il fallimento, perché questo non si nasconde in una singola prestazione andata male, ma nel rischio di non giocarsi, spesso per paura, tutte le loro possibilità; perché il successo è già insito dentro di loro. È una forza potenziale che per diventare effettiva ha solo bisogno che loro la mettano in campo, che la facciano vedere. Ma più di ogni altro è importante che mostrino la loro diversità, il loro modo differente di vivere la vita, da protagonisti, e non da comprimari; da uomini e donne, che hanno scelto, e per me è sempre questione di scelta, di voler prendere in mano il loro talento e trascinarlo in alto e non di nasconderlo, inutilizzato, sottoterra.

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