Insegnare è accogliere

Foto Daniele Anile

“Cosa vuol dire per te insegnare?”
Ci sono domande che ci obbligano a fermarci e a riflettere. Inizialmente credi che la risposta sia ovvia, quasi scontata. Credi che ti salga facilmente alle labbra; ma poi, quando cominci a sentire il tuo fiato fluire dalla bocca, ti fermi quasi impacciato, e ti rendi conto che forse la risposta che stai per dare non è quella giusta, o almeno, non è del tutto vera. E allora, appunto, ti devi fermare, e riflettere. Perché la domanda è precisa, puntuale: “Cosa significa per te insegnare?”. C’è quel “per te” che non accetta discorsi filosofici, troppo astratti, ma che ti obbliga, se davvero vuoi essere sincero, a interrogarti a fondo sul motivi reali che ti hanno spinto tanti anni prima a dedicarti a questo mestiere. E allora mi rendo conto che ho solo una risposta da dare: per me insegnare vuol dire accogliere; nel senso più concreto del termine. Cioè cercare di soddisfare le istanze di apprendimento di chiunque si rivolga a me, a prescindere dal suo talento o dalla sua bravura; avendo come unica discriminante la scelta personale di voler imparare.
È cercare di non piegare l’altro al mio modo di vedere la scherma, di ridurlo alla mia misura, ma di provare sempre a modulare il mio insegnamento sui tratti di chi mi sta davanti. E questa, ammetto, è la parte che più mi intriga del mio mestiere, la sfida più esaltante: quella con me stesso. Riuscire a trovare una soluzione che non sia quella facile, sempre uguale, che funziona sicuramente, ma ideare nuove soluzioni per riuscire a tirare fuori da ogni bambino, ragazzo, o anche adulto, quel qualcosa in più che prima non c’era. Significa amare la diversità dell’altro, i suoi limiti ( e di conseguenza anche i propri); il suo essere “altro” rispetto a me. Avere la pazienza di accettare che in alcune cose avrà maggiori difficoltà di quelle che all’epoca avevo avuto io, o anche che magari possa succedere il contrario: che lui, o lei, riesca in qualcosa in cui io non ero mai riuscito. E allora, i suoi limiti diventano un modo di superare i miei e, perché no, appunto, di amarli. Insegnare vuole dire fondamentalmente per me instaurare un rapporto, in cui sia sempre chiaro chi è il maestro e chi l’allievo, ma cercando sempre di non trincerarsi dietro un muro di superficiale arroganza, dietro un “è così, punto e basta”, ma mettendosi sempre in discussione e, sopratutto, in ascolto di chi ti sta di fronte. È un qualcosa che ti obbliga a guardare l’altro, e a non limitarsi solo a un vedere, barricandosi unicamente dietro il mio punto di vista, in modo tale da potermi riconoscere e scoprire ogni giorno nel suo sguardo. E soprattutto insegnare per me vuol dire imparare che di fronte al fallimento non serve chiedersi dove l’altro abbia sbagliato, ma piuttosto interrogarsi su cosa di diverso gli devo insegnare per provare a non sbagliare più.

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