Assalto

Foto Daniele Anile

Sei seduto, e fai finta di non pensare. Inganni l’attesa con 2 chiacchiere distratte, o mangiando qualcosa a piccoli morsi, ma una irrequietezza nella tua rigidità svela le tue emozioni. L’altoparlante comincia a chiamare con voce distorta una sfilza di nomi e, quando senti il tuo, l’aria intorno a te è come se cominciasse a tremare, anche il tempo cambia aspetto. È come se ti muovessi al rallentatore in mezzo a una folla che si agita a velocità doppia. Mentre raccogli la maschera, le armi, l’acqua e tutto quello che ti può servire, cominci a cercare con gli occhi la pedana. Vuoi vedere se lui, l’avversario, è già arrivato. Da una parte speri di scorgerlo, per avere un’inutile conferma di quello che le tue orecchie hanno sentito, dall’altra non vuoi dargli la soddisfazione di scegliere il lato della pedana. Sai che non cambia nulla, ma se lui si vuole mettere a destra, allora anche per te quello è il lato migliore. Questa è la vostra prima stoccata. Arrivi alla pedana, e lui ancora non c’è; con calma sistemi la tua roba nel lato che ti sei scelto, e quando lo vedi comparire una piccola scarica di adrenalina, consueta ma sempre inattesa, ti sale dalla pancia. Lo vedi imitare i tuoi stessi gesti, prepararsi come te. Poi arriva l’arbitro. Non vi avvicinate, è lui che viene da ognuno di voi. Sempre i soliti riti: dare il nome, il controllo delle etichette, delle armi. Poi finalmente ti avvii al centro della pedana, per il primo contatto. Lo fai con lo sguardo un po’ basso, la maschera come berretto. Non vuoi vedere cosa si nasconde negli occhi del tuo avversario e non vuoi che lui guardi in fondo ai tuoi. Quando cali la maschera sugli occhi il suo peso ti completa, ti rassicura. I suoni si fanno leggermente più ovattati, e riesci finalmente a focalizzarti sul tuo obiettivo. Ti pieghi sulle gambe, in quei secondi di attesa, ti carichi come una molla, e il primo “pronti, a voi” ti libera. Le stoccate si susseguono, senti il sudore che ti bagna il viso sotto la maschera, e con gesti sempre uguali a ogni pausa, cerchi di asciugarli con la manica della divisa. Le gambe all’inizio erano rigide ma ora si muovono meglio, assecondano ogni tuo pensiero. Il braccio sembra reagire in anticipo sulla tua mente e disegna linee invisibili, che solo tu puoi vedere. Ma anche quello del tuo avversario fa lo stesso. Ogni stoccata è un urlo che esce, con voce diversa, la tua o la sua, mentre l’apparecchio è illuminato da numeri che cambiano continuamente. Ora c’è il minuto di pausa e, mentre ti rendi conto che le tue mani tremano leggermente mentre armeggi con la bottiglietta dell’acqua con la mano sbagliata, ascolti il tuo maestro che , con voce concitata, ti dice quello che tu hai già intuito, ma ti fa bene sentirtelo dire. Ti rimetti in guardia, e hai ancora lui di fronte, immagine speculare di te stesso. Ancora urla, ancora stoccate. Alterni esultanze e rimproveri a te stesso, in un crescendo di emozioni, che si danno il cambio al ritmo di quei numeri sul tabellone che continuano a susseguirsi: eccitazione, paura, rabbia, e ancora eccitazione. Ora il respiro è più intenso e puoi sentire il battito del tuo cuore che sembra quasi impazzito. Un’altra stoccata e i tuoi occhi vanno a cercare il punteggio su quei numeri luminosi: 14 pari…pieghi le gambe…”Pronti, a voi”…

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