Agonismo e divertimento

Tante volte discorrendo con i colleghi si affronta il problema della pressione che c’è negli sport prettamente agonistici e di come ognuno di noi tenti di addolcire agli atleti più giovani le insidie che si nascondono dietro la gara. Spesso pensiamo che il nostro ruolo di educatori, prima che di tecnici, ci imponga di mascherare la sofferenza che c’è dietro una sconfitta con discorsi sullo stare insieme, sull’affrontare lo sport con leggerezza; e questo soprattutto con quegli allievi che, per mancanza di talento o magari banalmente per un semplice discorso di tempo, ancora non sono riusciti a tirare fuori da loro stessi la capacità di vincere.
Eppure proprio ieri parlavo con alcuni bambini tra i 10 e i 12 anni su quale fosse per loro il vero divertimento nello sport. All’inizio quasi tutti dicevano che la parte divertente della loro passione fosse lo stare insieme agli amici, lo scherzare, il condividere momenti insieme. Poi una di loro, quasi vergognandosi, ha ammesso, che per lei il divertimento era vincere; anzi, ha aggiunto correggendosi, dare il massimo per cercare di vincere. A questo punto si è rotta una diga; tutti i bambini hanno cominciato a accavallarsi fra di loro per dire ciò che temevano non si potesse: il loro vero divertimento era cercare la vittoria con tutte le loro forze. Abbiamo continuato a parlarne, o meglio, loro parlavano e io ascoltavo e sono uscite cose a mio avviso molto interessanti. È come se già a 11/12 anni loro possedessero la categoria del “politicamente corretto” e quindi si attenessero a un copione in cui la risposta giusta fosse quella dello stare insieme, quasi che il dire di volere la vittoria fosse sbagliato, quasi offensivo proprio nei confronti di chi quella vittoria ancora non riesce a ottenerla. Ma quando uno di loro ha mostrato che dare una risposta diversa non provocava nessuna reazione “sbagliata’ in me, allora tutti hanno tirato fuori quello che realmente avevano dentro: il bello dell’agonismo è nella competizione, nel cercare di prevalere sull’avversario, e il cercare di farlo insieme rende sicuramente il tutto più stimolante, più interessante; lo stare all’interno di una squadra fa sì che l’impegno sia più leggero, ma tutti alla fine hanno sostenuto che lo farebbero anche se fossero soli. E allora come mio solito, una volta tornato a casa, ho continuato a riflettere su tutte le loro parole. Spesso, come dicevo prima, noi tecnici siamo molto preoccupati di alleggerire ai nostri allievi più giovani le pressioni derivanti dal confronto, a mascherare, appunto, le difficoltà dell’agonismo, quasi potessimo così cancellare le categorie vittoria/sconfitta; ma purtroppo questo non è possibile, perché anche il bambino più sereno e gioioso, quando in gara esce sconfitto spesso sfoga nel pianto la frustrazione per il risultato negativo; e se per lui quel momento fosse stato solo un modo per stare agli altri, per condividere delle ore di divertimento, questo dovrebbe succedere banalmente anche quando al parco giochi, durante una partita a nascondino, viene trovato; in fondo anche lì ha perso. Ma ovviamente quasi nessun bambino piange quando perde a nascondino. Allora probabilmente per quanto noi crediamo che l’agonismo sia roba da grandi, forse non è così. Forse, se un bambino viene da noi, in una società sportiva, invece che in ludoteca, è proprio questo quello che sta cercando: un momento di confronto, leale ma puro. E forse è proprio questo quello che dobbiamo dargli; senza nascondergli che esiste la sconfitta, che esiste il merito, il talento. Senza fare finta che non ci sia il bambino più bravo e talentuoso e che non tutti purtroppo possono vincere, ma aiutandolo, insieme agli altri, ad affrontare la vittoria e la sconfitta, insegnandogli a gestire entrambe; mostrandogli che si può uscire da una sconfitta sereno, se si sa che in quel confronto si è dato il meglio di noi e prendendo spunto da quel risultato per impegnarsi ancora di più; insomma a trattarlo come un atleta, giovane, ma comunque un atleta, che ha scelto di passare il suo tempo nell’agonismo, invece che andare al parco giochi. Del resto come dico spesso ai miei colleghi, i bambini sono piccoli, non stupidi.

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