Archivio mensile:dicembre 2015

Arbitri e maestri

L’altro giorno è successa una cosa incredibile.
Gara open di spada: assalto di diretta molto tirato con due atleti master molto fisici; frequenti corpo a corpo al limite del regolamento. A un certo punto, sul 10 pari, al termine di una stoccata esce fuori un cartellino rosso che penalizza uno dei due. E in quel momento accade l’incredibile: il maestro dell’atleta sanzionato si alza, si avvia verso l’arbitro…. E incomincia a parlarci. Si, a parlarci. Senza urlare, senza gesticolare furiosamente; non c’era rabbia sul suo volto. E l’arbitro, tra lo stupore di tutti, fa lo stesso. Tranquillamente i due hanno parlato per pochi secondi, poi ognuno è tornato al suo posto. Dopo poco l’assalto è finito, per la cronaca 15-14, con l’ombra di quel cartellino rosso. A questo punto il maestro è tornato alla carica. Si è riavvicinato al presidente di giuria, e, adesso arriviamo quasi all’inverosimile,….ha ricominciato solamente a parlare. Non era minimamente d’accordo con la sanzione, lui la stoccata incriminata l’aveva vista in maniera diametralmente opposta, e voleva far valere le sue ragioni. Ovviamente l’arbitro era convintissimo delle sue, e i due, scena totalmente inusuale, ne hanno parlato, con calma, per qualche minuto. Erano uno di fronte all’altro, stranamente però i corpi erano rilassati, ognuno ascoltava l’altro e mai cercava di interromperlo. Per ascoltare quello che si dicevano bisognava avvicinarsi, perché il tono di entrambi era basso e rilassato. Addirittura sembrava che sorridessero. Mai è stata messa in dubbio la competenza o, figuriamoci, l’onestà del arbitro. E in nessun modo quest’ultimo ha attaccato per difesa il maestro. Dopo pochi minuti i due hanno convenuto che avevano visto la stoccata in maniera diversa, Continua a leggere

Ho bisogno di voi

Cosa c’è dietro una vittoria? Talento, passione, fatica, sicuramente impegno; anche un pizzico di fortuna non guasta. Ma cosa altro si nasconde? Cosa serve perché uno schermidore, un atleta, possa salire sul gradino più alto del podio? Sicuramente una squadra.
Siamo portati a pensare che la scherma sia uno sport individuale, che anche quando facciamo le rare gare a squadre, in realtà ognuno tiri per sé; continuiamo a ripeterci che in pedana ogni atleta è da solo; e tutto questo è sicuramente vero. Ma pensandoci bene, analizzando in profondità le dinamiche che vedo tutti i giorni in palestra, non sono così convinto che il nostro sia veramente uno sport totalmente solitario. Anzi, più rifletto e più mi rendo conto, che se è vero che per realizzare la prestazione su quella pedana ci salgo da solo, è anche vero che il percorso per arrivare a quella prestazione, magari a quella vittoria, necessiti per forza di cose di una squadra dietro. E non sto parlando solo di un team che mi supporti e che renda il mio allenamento più piacevole; assolutamente no. Parlo proprio di una squadra, con tutte le caratteristiche e i ruoli propri di quegli sport, o giochi sportivi, che vedono nel lavoro di un gruppo la realizzazione di un obiettivo comune.
Infatti se è vero, ripeto, che in pedana solo solo, fuori non lo posso essere. Ho bisogno di compagni che crescano insieme a me e che si allenino con me. Anche se io sono l’atleta di punta, quello di talento, senza il confronto con il compagno, Continua a leggere

La sconfitta inutile

“Ho perso perché ho sbagliato tutto. Il mio avversario era più scarso di me. Sono stato stupido”… Quante volte ho sentito queste frasi dopo un assalto. (Normalmente addobbate da epiteti più scurrili). Apparentemente sembrerebbero parole che si prendono delle responsabilità, che indicano una consapevolezza della sconfitta appena subita. Ma a mio avviso non è così. Quando qualcuno dei miei ragazzi se ne esce così io so già che la sconfitta appena subita è stata inutile. Che l’assalto appena finito è rimasto su quella pedana; che domani, quando torneremo in palestra, il mio allievo avrà già dimenticato ogni singola stoccata. E sopratutto, che quelle che sembrano ammissioni di responsabilità sono soltanto alibi. E il motivo è semplice; partono da un presupposto non vero, cioè che io abbia perso per “colpa” mia. Il 90% delle volte (e voglio tenermi basso) io perdo semplicemente perché il mio avversario è stato più forte. Magari è vero che in assoluto non lo è, ma in quel singolo assalto, in quel momento, lo è stato. Probabilmente ha interpretato meglio la storia dell’assalto o ha messo nel suo tirare più voglia e convinzione; i motivi possono essere i più disparati, ma l’unica cosa che conta è che io ho perso perché lui è stato più bravo di me. E ammettere questo, certificare il suo essere stato migliore di me è, a mio avviso, l’unico modo per prendere quella sconfitta e farla servire a qualcosa, oltre a farmi star male. Vuol dire non cercare alibi, Continua a leggere