Il 15% di una vittoria

Foto Daniele Anile

Gli ultimi giorni dell’anno sono sempre momenti carichi di resoconti da una parte, e di buoni propositi dall’altra. Si tirano le somme di quello che si è fatto e ci si ferma a fare progetti per il futuro. E ogni anno la storia si ripete, in un circolo vizioso che, dentro di noi, speriamo ci regali un po’ di saggezza, ma che spesso ci vede ripetere sempre gli stessi errori, anno dopo anno, di solito anche migliorati; del resto a forza di sbagliare la tecnica si affina. Almeno questo è quello che succede a me. A tal punto che negli ultimi anni ho in qualche modo deciso di risparmiare le energie dedicate a queste riflessioni e concentrarle su un altro versante: imparare ad accettarmi; rendermi conto dei miei pregi e dei miei difetti, dei miei punti di forza e dei miei limiti, e magari, imparare anche a volere loro un po’ di bene. E quasi miracolosamente, senza i soliti buoni propositi, mi sono scoperto più saggio. Non di molto magari, alla fine sono sempre io, ma di quel poco che mi basta a trovare nell’andare avanti maggiore serenità. E allora, l’altro giorno, parlando con i ragazzi, ci siamo concentrati su questo: forse la cosa più utile, ma anche più difficile, nel nostro sport, è partire da noi stessi, dall’accettazione dei nostri limiti. Solo imparando a sapere realmente chi si è, e imparando quindi ad accettarsi, si possono fare dei passi avanti. Questo vale anche e soprattutto nella mia carriera di maestro. Io ancora dopo tanti anni non ho capito se sono bravo o no, se i piccoli risultati che ho conseguito e che spero di raggiungere ancora, siano frutto delle mie capacità di tecnico o se provengono semplicemente dalla fortuna di essere stato l’uomo giusto al momento giusto. Spesso mi chiedo se davvero il maestro sia così importante nel risultato dell’allievo, e altre volte, anche complice qualche chiacchierata con colleghi più sicuri di me, peccando forse un po’ troppo di presunzione, lo ritengo fondamentale.
Adesso, andando avanti con gli anni, ho cominciato a pensare che il tecnico non rappresenti più del 15% (quando va bene) della prestazione dell’atleta; ma spesso, scherzando con loro, gli atleti, proseguo il discorso precisando che tutto dipende da quale 15% consideriamo. Infatti, se in pedana quella percentuale è messa, per così dire, “all’inizio”, cioè se l’atleta non ci mette tanto del suo, allora non si andrà da nessuna parte. Ma in quei momenti, in cui, per un gioco strano del destino, o magari perché , e a me piace pensarlo, in gioco ci si è messo tutto il nostro impegno e tutte le nostre energie, quel 15% si trova “alla fine”, cioè è la famosa ciliegina sulla torta su una prestazione esemplare dell’atleta, da 100%, allora quella piccola percentuale aggiunta, è ciò che trasforma una buona prestazione in qualcosa di unico. E allora sono contento di “contare” solo il 15%, o anche forse qualcosa di meno, sono contento di sapere che alla fine dei giochi io sono fondamentale solo se l’atleta mi rende fondamentale per la sua prestazione; è la sua scelta che fa la differenza.
E so che amo il mio essere maestro e che ho ben davanti ai miei occhi tutti i miei limiti e i miei piccoli punti di forza, e li amo entrambi, nella stessa misura. E forse è davvero questo l’unico modo di migliorarsi e di essere quindi, anno dopo anno, un uomo migliore, un maestro migliore.

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