Uomini (e donne) di sport

Apro una vecchia scatola, ritrovata nella mia stanza da adolescente a casa dei miei genitori; dentro, riscopro tesori di bambino conservati gelosamente, vecchie medaglie di tornei sociali, cartoline di amici ormai dimenticati, e, tra un pacco di fotografie, un foglietto di carta ripiegato su se stesso: cautamente lo apro, quasi a temere che si possa sfaldare fra le mie dita. Sopra, con una scrittura che sa di ore antiche passate a studiare calligrafia, una dedica di Nando Martellini , indimenticato, almeno per la mia generazione, telecronista del mondiale spagnolo dell’82; poche parole: “io e te, come sai bene, siamo uomini di sport e questo è il nostro mondo che amiamo”.
E allora a distanza di quasi vent’anni mi fermo a riflettere, non senza prima rendermi conto che nel ritrovare quel piccolo foglietto, un sorriso commosso si è ormai impadronito del mio viso: ma davvero lo sport fa di noi uomini (e donne) diversi?
A pensarci bene, forse si. Del resto in una società che premia sempre meno il valore e le reali capacità, cosa c’è di più meritocratico di una classifica? Si, è vero, ogni tanto, occasionalmente, anche quella può mentire, ma sul medio/lungo periodo tende inevitabilmente alla verità.
Siamo circondati da un sempre più crescente individualismo, che spesso sfoga nell’egoismo che annulla ogni sentimento di comunità, nel menefreghismo più assoluto nei confronti di chi ci sta accanto, ma chi, di noi sportivi, anche di quelli di noi che vivono la gloria degli sport individuali, non ha visto negli occhi di un avversario o di un compagno la stessa passione che infiammava i suoi, e si è reso conto di appartenere a una famiglia più grande? Una famiglia dove certi valori assurgono quasi al ruolo di sacralità; e tutto questo grazie a quella meravigliosa scuola di vita che è stata ed è la nostra passione per lo sport. Una scuola spesso silenziosa, non eclatante, ma che lentamente ci ha plasmati fino a farci diventare quello che siamo.
Vediamo ragazzi e ragazze bruciarsi in facili passatempi, e buttarsi via in un senso sempre più crescente di inutilità e di pressappochismo, e poi nelle nostre palestre possiamo ammirare i nostri giovani, futuri uomini (e donne) di sport, sudare impegno e fatica, magari per conquistare una medaglia a una semplice gara regionale; e la maggior parte delle volte con il sorriso sulle labbra. E poi ci rendiamo conto che loro lo fanno perché vedono noi farlo, perché ci guardano, e quello stesso impegno e quella stessa fatica li vedono sudare dai nostri corpi, magari, per una medaglia a una semplice gara regionale; e la maggior parte delle volte con il sorriso sulle labbra. (E qualche smorfia di dolore, per l’età)
Lo sport esalta i meriti, annullando però le differenze: nelle palestre, nei palazzetti, sui campi, ci saranno sempre i più forti, e i più deboli, ma la differenza non la faranno l’età, il sesso, o banalmente il colore della pelle. In questo lo sport ci rende uguali, abbiamo tutti lo stesso sguardo, perché il sudore, la fatica, l’impegno, la sofferenza per una sconfitta, la gioia per una vittoria, la voglia di riscattarsi, la forza di rialzarsi, il divertimento, il senso di appartenenza,….queste e molte altre cose ancora, sono uguali per tutti noi, uomini (e donne) di sport.

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