La stoccata perfetta

La stoccata perfetta non esiste. Me lo sento ripetere da quando sono bambino. E ovviamente io non sono d’accordo.

Ma andiamo con ordine: l’etimologia latina della parola ci porta a identificare la perfezione come qualcosa di compiuto, a cui non si può aggiungere niente, che non può essere migliorata in nessun modo. E allora mi guardo intorno, ascolto, leggo e mi accorgo che il mondo è ricolmo di perfezione. Mi basta leggere una poesia di Neruda, o ascoltare Mozart, per rendermi conto che pensare di migliorare in qualche modo ciò che questi due geni ci hanno lasciato è come pronunciare una bestemmia contro il dio del talento; ma il talento non riguarda solo l’arte. Carl Lewis che corre i 200 metri è perfetto, un’icona meravigliosa di quello che il corpo umano può fare; la croce di Juri Chechi ha la stessa poesia a mio avviso di un quadro di Klimt, l’immobilità che diventa maestosità.

Per quanto riguarda le persone sicuramente non si finisce mai di migliorare e non possiamo dire di essere compiuti e finiti fino a quando l’ultimo respiro non ha lasciato il nostro corpo. Ma per quale motivo questa definizione dovrebbe essere vera anche per le nostre azioni, per ciò che possiamo creare e immaginare, per ciò che possiamo ottenere dal nostro corpo e dalla nostra mente?

E allora perché non dovrei insegnare  ai miei allievi a cercare la perfezione in una stoccata? Perché dovrei convincerli che la botta perfetta non esiste? E che per quanto loro si possano impegnare ci sarà sempre un limite che non potranno raggiungere?

Una stoccata al braccio, magari dopo una parata, che raggiunge il bersaglio nel punto esatto che avevo focalizzato nel mio pensiero, percorrendo esattamente la traiettoria che io ho disegnato nella mia mente, e che sorprende il mio avversario, perché io sono riuscito a tirarla nel momento preciso in cui lui non se la aspettava, è perfetta. Come sono perfette tutte quelle botte che ricalcano esattamente le linee geometriche che sono riuscito a immaginare e a creare dentro di me, e che riempiono lo spazio e il tempo nel momento esatto in cui dovevano farlo, come se quel tempo e quello spazio fossero stati creati unicamente per contenere quelle stoccate.

E allora non solo la perfezione esiste, ma dobbiamo ricercarla, nel movimento, nella distanza, nella scelta di tempo. E dobbiamo insegnare a immaginarla quella perfezione, a desiderarla, a provare di far diventare ogni stoccata, ogni affondo, ogni azione, qualcosa di compiuto, di finito, a cui non si può aggiungere altro. E dobbiamo ammirarla, nei nostri allievi e in quelli degli altri, dobbiamo goderne quando ne siamo al cospetto, consapevoli che se l’uomo è per definizione imperfetto, la bellezza che riesce a creare può e deve essere perfetta.

2 pensieri su “La stoccata perfetta

  1. Luca

    La riflessione è anche condivisibile, però l’inesistenza della “stoccata perfetta” di cui parlano trattati e maestri da almeno 400 anni è un’altra cosa: significa solo che non esiste la stoccata “concettualmente” imparabile. La scherma è come la morra cinese: ogni azione è fatta per batterne qualcuna ed essere battuta (elusa, parata…) da qualcun’altra…

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    1. danieleanile Autore articolo

      E infatti io non parlavo della stoccata imparabile (per quanto un affondo tirato alla giusta misura e al giusto tempo risulti imparabile, se il mio avversario ha fatto l’errore di farmi entrare in quella misura). La bellezza della scherma è che a ogni azione corrisponde una o più contrarie, e non esiste nessun colpo “segreto”. La mia riflessione partiva da un concetto diverso. Grazie della precisazione comunque.

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