Archivio mensile:novembre 2015

La stoccata perfetta

La stoccata perfetta non esiste. Me lo sento ripetere da quando sono bambino. E ovviamente io non sono d’accordo.

Ma andiamo con ordine: l’etimologia latina della parola ci porta a identificare la perfezione come qualcosa di compiuto, a cui non si può aggiungere niente, che non può essere migliorata in nessun modo. E allora mi guardo intorno, ascolto, leggo e mi accorgo che il mondo è ricolmo di perfezione. Mi basta leggere una poesia di Neruda, o ascoltare Mozart, per rendermi conto che pensare di migliorare in qualche modo ciò che questi due geni ci hanno lasciato è come pronunciare una bestemmia contro il dio del talento; ma il talento non riguarda solo l’arte. Carl Lewis che corre i 200 metri è perfetto, un’icona meravigliosa di quello che il corpo umano può fare; la croce di Juri Chechi ha la stessa poesia a mio avviso di un quadro di Klimt, l’immobilità che diventa maestosità.

Per quanto riguarda le persone sicuramente non si finisce mai di migliorare e non possiamo dire di essere compiuti e finiti fino a quando l’ultimo respiro non ha lasciato il nostro corpo. Ma per quale motivo questa definizione dovrebbe essere vera anche per le nostre azioni, per ciò che possiamo creare e immaginare, per ciò che possiamo ottenere dal nostro corpo e dalla nostra mente?

E allora perché non dovrei insegnare  ai miei allievi a cercare la perfezione in una stoccata? Perché dovrei convincerli che la botta perfetta non esiste? E che per quanto loro si possano impegnare ci sarà sempre un limite che non potranno raggiungere?

Una stoccata al braccio, magari dopo una parata, Continua a leggere

Le due vite

Fonte internet

Sempre le stesse facce. Ogni fine settimana, in ogni palazzetto. E ti rendi conto che anche tu sei una di quelle facce. Ogni anno un po’ più segnate dal tempo, ma sempre, instancabilmente pronte a rispondere presente all’appello. Un week end dopo l’altro, una gara dopo l’altra. E non importa la categoria o l’importanza della competizione. Ogni assalto è un battito di cuore saltato, un’attesa spasmodica di quella luce accesa, che darà il permesso ai tuoi polmoni di ricominciare a fare il loro lavoro.
Ieri, a fine gara, dicevo ai ragazzi che per me amare la scherma voleva dire rendersi conto che quando ero in pedana non c’era altro posto in cui volevo stare. E questo a prescindere dal risultato. Avere sempre voglia di risalire su quei 14 metri di metallo, indossare quella maschera, e concentrarmi unicamente sulla figura bianca di fronte a me. Ed era un desiderio quasi doloroso, che mi mancava quando non c’era. Come quando sei innamorato, e percorri la strada per raggiungere il soggetto (mai l’oggetto) del tuo desiderio; sei preso da una smania e da un’impellenza che a stento controlli.
Ed è ancora così. Ogni volta che entro in un palazzetto. Riempio il tempo con una serie di riti e consuetudini; i saluti, un salto al bar, due chiacchiere forzate, e ogni tanto qualche risata sincera; ma una parte di me, una grande parte di me, è semplicemente Continua a leggere

Maestro VS allenatore

Foto Daniele Anile

Allenamento finito. Sto già pregustando la doccia serale che tenterà di lavare via la fatica, e mentre tolgo la maglietta, tre strisce parallele, tendenti al violaceo, fanno capolino all’altezza della mia clavicola. La prima reazione ammetto che è un moto di orgoglio nei confronti dell’allievo “colpevole” di avermi marchiato; davvero preciso (tra una e l’altra non ci sta neanche mezzo centimetro). E poi, come sempre mi succede, comincio a riflettere.
Mio fratello fa un lavoro simile al mio, l’allenatore di pallavolo, e sono sicuro che la sera quando torna a casa, non deve giustificarsi con la sua ragazza per segni equivocabili sul suo corpo.
E allora mi chiedo, visto che anche io in fin dei conti sono un allenatore di uno sport, se quei tre segni possono avere un valore aggiunto. E, forse in un delirio di onnipotenza, mi rispondo che, almeno in parte, proprio quei tre segni sono la differenza fra essere un maestro ed essere un allenatore.
Del resto, per chi frequenta le pedane, salta subito all’occhio che un maestro non è solo un semplice insegnante di uno sport. Ma la domanda più importante è: perché? La risposta più ovvia è che sono gli allievi stessi che ci regalano il ruolo di “maestro”. E allora, a questo punto, cosa li spinge a guardarci con occhi diversi rispetto a un istruttore di nuoto o di qualsiasi altro sport? La risposta a mio avviso va ricercata in pedana.
Si, perché è proprio su quella sottile striscia di metallo che il rapporto maestro/atleta nasce e si costruisce. Un rapporto fatto per esempio di sudore condiviso: a fine lezione, una volta levata la maschera, la fatica e il volto grondante sono un’esperienza comune a entrambi. L’allievo percepisce chiaramente la stanchezza del maestro esattamente come la propria.
Un rapporto che si fonda anche su un contatto fisico continuo, attraverso Continua a leggere