Archivio mensile:ottobre 2015

La maschera è da 1

Foto Bizzi

La stoccata che tiri può non entrare, quella che non tiri sicuramente non entrerà.
Questa è una delle frasi che dico più spesso ai miei allievi; e continuo, quasi schernendoli, dicendo loro che hanno una bellissima collezione di stoccate non tirate, tenute nel braccio, non liberate nella bellezza di un affondo.
E allora mi chiedo come sia possibile fare uno sport, la scherma, dove lo scopo è fondamentalmente quello di toccare, e avere paura di farlo. Ed è la paura più stupida, perché è proprio quella che fa attuare ciò che si teme; mi spiego: se io ho paura che avvenga una determinata circostanza, metto in atto tutte delle situazioni per far si che ciò che temo non accada (se ho paura delle altezze non salgo sulla Torre Eiffel); se ho paura di toccare, non tiro, quindi non tocco, cioè faccio in modo che si realizzi ciò che non voglio. E mi rendo conto che questa è solo una visione limitata di una paura più grande, la paura del fallimento. Ma da dove nasce questa paura? Questa assomiglia tanto alla famosa domanda da un milione di dollari. Sinceramente sto ancora cercando la risposta, ma uno dei concetti che cerco di spiegare e far sentire (che è più forte di capire) ai miei ragazzi è che la maschera è da uno. Nel senso che è costruita per contenere solo la loro testa, non ci possono infilare dentro anche il loro maestro, i loro genitori, i loro compagni di squadra. Più aspettative si portano dentro, più il loro gesto verrà rallentato dal timore di disattenderle. Cerco di far capire loro che salgono in pedana solo per loro stessi, che è vero che io sono alle loro spalle, ma che in quella benedetta maschera sono soli. Sono loro che guardano l’avversario attraverso la rete metallica, sudando sotto quella divisa pesante. Io la maggior parte del tempo, Continua a leggere

Agonismo e passione

Fonte internet

Altro assalto finito. Una buona vittoria, non sperata. E con questa siamo a tre. Ammetto a me stesso che non me lo aspettavo. E a questo punto una sigaretta me la sono proprio meritata. Certo, su quella pedana mica c’ero io, e a dirla tutta, non è che a fondo pedana la mia presenza abbia cambiato poi tanto. Lei è stata brava, ha fatto tutta da sola. E non riesco a non essere orgoglioso di lei, dei suoi miglioramenti, del suo essersi allenata in questi 2 anni, senza grandi clamori, senza attirare grandi attenzioni, in silenzio, con il sorriso sulle labbra… Insomma, ha fatto tutto lei, ma io ho voglia di fumare, quindi, meritata o no, una bella sigaretta mi aspetta.
Fuori scende una pioggia leggerissima, ma non abbastanza fastidiosa da privarmi del piacere dei prossimi 5 minuti. Il tempo di sentire lo sfrigolio della fiamma sulla cartina e con la coda dell’occhio percepisco qualcosa che stona. Il riflesso è più veloce del pensiero. Mi giro e vedo una ragazza, avrà 18 anni; del resto la logica mi suggerisce che sono a una gara categoria giovani. É seduta per terra, i pantaloncini cortissimi e attillati, non so se messi apposta per far risaltare le gambe lunghissime e belle, una semplice maglietta bianca e il volto, deformato dal pianto, attraversato da delle sbavature di rimmel nero che le colano in due righe parallele, a indicare il percorso delle lacrime che continuano a scendere. Una scena vista tante volte, in tante gare. Una sconfitta che brucia, magari immeritata, o magari meritatissima… Tanto il dolore non cambia. Ma non so perché, questa volta, questa scena mi colpisce più di altre volte, non riesco a ridimensionarla con una scrollata di spalle. Resto immobile, spettatore imbarazzato ma attratto della sofferenza di una ragazzina di 18 anni di cui non so assolutamente niente. E ripenso a una frase di una collega di qualche Continua a leggere

#jesuisdaniele

In principio è stato l’ “ich bin ein berliner” (io sono un berlinese) pronunciato da Kennedy in piena guerra fredda in visita ufficiale a Berlino, quando un muro di poco più di 100 km teneva con il fiato sospeso il mondo intero. Passarono più di 40 anni, e ci scoprimmo tutti newyorkesi, ammutoliti davanti alla televisione, in quell’11 settembre che nessuno di noi potrà dimenticare. Altri anni, e soprattutto, altri passi avanti della comunicazione globale e sociale, e diventiamo tutti Charlie, in una gara di solidarietà verso lo schifoso attentato che in un freddo gennaio del 2015 colpisce la sede del giornale satirico francese. E oggi siamo diventati tutti Valentino, tutti uniti contro il complotto iberico.
Io credo che definirsi qualcosa o qualcuno di diverso di quello che si è, sia una bella responsabilità e forse qualcosa di più grande di quello che pensiamo. Voglia dire prendere sulle proprie spalle tutto il peso di quella situazione. Credo che Kennedy quando recitó quel famoso discorso avesse questo concetto chiaro in testa, e sono sicuro che di fronte all’orrore di quei due aerei che si schiantano contro le torri, ognuno di noi abbia provato lo stesso peso, sotto forma di dolore e angoscia, in un sentimento di solidarietà completamente depurato da egoismo e finto orgoglio nazionale. E allora come spesso penso, le parole hanno un peso. Io non sono Valentino, io sono Daniele. E non sono Valentino, semplicemente perché, da sportivo, so che Valentino Rossi, in questo momento, e sulla griglia del prossimo Gran Premio, sarà solo. E sarà lui, e lui solo, a tenere a bada i cavalli della sua Yamaha. E so anche, non solo da sportivo, ma anche da uomo, che questo mondiale, fra qualche anno, sarà solo una statistica su un almanacco sportivo per appassionati, che questa onda emotiva, che ci tempesta in ogni social network, non solo non cambierà la storia, ma neanche ci entrerà. E allora, secondo me, forse, in questo momento ci sono questioni più urgenti e importanti di cui occuparci, qualcosa di più grande per cui dire “io sono”.
P.s.: ovviamente la sanzione a Rossi è totalmente ingiusta, e, da sportivo, tiferò perché a Valencia Rossi porti nella sua bacheca il 10* mondiale!