Il mio palcoscenico

La vita è un palcoscenico, scriveva Shakespeare, e io, anni fa, riflettendo su queste parole (e leggendole in lingua originale capii che lo stage come incontro di formazione va pronunciato alla francese e non utilizzando la lingua del grande bardo), pensai che in qualche modo quella frase fosse un invito implicito a vivere la propria vita da protagonista; a recitare ogni giorno la parte che mi era stata assegnata, in un meccanismo quasi simbiotico con tutto il resto della compagnia. E non era importante il numero di battute che dovevo dire ma l’intonazione, il carisma, e sopratutto la scelta di tempo.
Il mio dovere era farmi trovare concentrato e pronto al momento giusto; e soprattutto non dovevo mai distrarmi, farmi trovato impreparato; non doveva assolutamente succedere che tardassi la mia battuta, o, addirittura, che la bucassi. Ogni lasciata era persa, e io odiavo perdere. O almeno così credevo.
Oggi, con un paio di decenni in più sulle spalle, mi rendo conto invece che io su quel palco non avevo molta voglia di salirci, Continua a leggere

Processo al Classico

⁃ E ala fine di questo processo sentiamo le ultime dichiarazioni dell’imputato. Prego, venga al banco e declini le sue generalità.
⁃ Si, Vostro Onore. Sono il Liceo Classico, nato a Roma nel 1849 e in seguito riformato e riorganizzato nel 1923 e nel 1940.
⁃ Vuole dire qualcosa prima che questa corte emetta la sua sentenza?
⁃ Si, Vostro Onore; giusto 2 parole.

(Girandosi verso l’aula)

Amici, romani, concittadini, prestatemi le vostre orecchie. Sono qui davanti a voi per difendermi delle vostre accuse. Nel farlo non cercherò di demolire e denigrare i miei colleghi Licei, o tutte le altre Scuole Superiori; Continua a leggere

In un giorno di pioggia

L’acqua gli scivolava addosso, incorniciandogli il viso con i suoi capelli, lunghi fino alle spalle, che totalmente bagnati, sembravano ancora più neri di quanto realmente fossero; lui camminava quasi non accorgendosi degli sguardi stupiti di quelli che lo incrociavano, ben protetti dia loro ombrelli; che pensassero pure quello che gli pareva, che gli affibbiassero pure categorie e difetti; in quel momento nulla poteva toccarlo. Il suo dolore era più forte ed era lo scudo perfetto per tutti i loro giudizi. Con gesto automatico, raggiunse nella tasca il suo ipod, e fece partire la riproduzione casuale, divertendosi, come al solito, solo per un attimo, a pregustare ipotetici giochi del destino…e come ogni volta, ad avere conferma, di come il destino non esista. Infatti un brano di pop iper commerciale gli violentò le orecchie, e subito, infastidito, passò alla traccia successiva, già sicuro di dover ripetere l’operazione almeno una decina di volte prima di ritenersi soddisfatto. Una voce di donna, vellutata e lievemente triste, gli solleticò l’udito, con una melodia dal sapore irlandese…”Un giorno di pioggia”, dei Modena City Ramblers. Per un istante pensò che il destino si fosse offeso per la sua scarsa fiducia nelle sua esistenza Continua a leggere